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SCEMI DI GUERRA



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Descrizione

Scemi di guerra. di Sonia Savioli

Ascesa, apoteosi, marasma e fine della società di guerra e progresso


Quello che chiamiamo “progresso”, e che si accompagna nell’attuale cultura dominante all’idea di una “civiltà evoluta”, è un mito. Un mito funzionale ad una società fondata sulla violenza e sul dominio, e della quale la globalizzazione capitalistica è solo l’aspetto ultimo e finale. Una società nata tra i sei e i quattromila anni fa, dunque relativamente recente, ma che noi oggi consideriamo immanente, eterna e “naturale”. Così poco naturale, invece, da svilupparsi solo attraverso la guerra e la costrizione. E’ a furia di guerra che nasce la “società della guerra e del progresso”; è a furia di guerra che si espande e che si mantiene. Così come, a furia di guerra, si sta autodistruggendo. Il cosiddetto progresso è una delle forme di questa guerra, un continuo aumento del dominio sulla vita, sulla natura, sui nostri simili. Aumento del conflitto in ogni campo. Una società così poco naturale può sopravvivere solo se il mito riesce a cancellare la realtà, ad accecare le menti, a pervadere ogni sentimento e pensiero.. Oggi gli strumenti di persuasione del potere dominante possono farci credere che splenda il sole mentre piove da un cielo oscuro, che scalare montagne sia uno sport per bambini, che un uomo trovato a pezzi in un cassonetto si sia suicidato. Possono farci credere di essere felici mentre viviamo nell’ansia e nell’angoscia. Il mito del progresso ci fa credere di essere i migliori esseri viventi nello spazio e nel tempo, nel migliore dei mondi possibile. Ma cosa c’è al di là del mito? Cosa c’era prima delle civiltà di guerra e progresso? Scemi di guerra ribalta alcuni dei luoghi comuni imperanti nella nostra società, sceglie una visuale opposta a quella corrente e tutto, da quella visuale, assume un altro aspetto. Dal paleolitico al neolitico, dall’impero romano al medioevo, la storia dell’umanità, così come il comportamento degli animali, così come la vita di quegli ormai rari popoli che non fanno parte di tale società, ci mostrano che “noi non siamo i migliori”; che questo tipo di società, come un cancro, è destinata a distruggere l’organismo in cui vive e sé stessa. A meno che non venga distrutta da una nuova società, una società dove al dominio si sostituisca l’uguaglianza, alla competizione la solidarietà. Una società che presuppone una nuova consapevolezza e, dunque, la distruzione del mito del progresso.



Sonia Savioli è nata a Milano nel 1951. Quando aveva 16 anni suo padre, rincasando, le annunciò di averla “iscritta ai giovani comunisti”. Da allora ha sempre partecipato attivamente alla vita politica e sociale del paese, anche se bisogna onestamente precisare che, se così non fosse stato, in pochi se ne sarebbero accorti. Insiste tuttavia ostinatamente, poiché si attiene alla massima che “vale la pena di vivere perché è divertente ma anche se si può obiettivamente concludere che, senza di noi, il mondo sarebbe stato un frinfrino peggiore”. Dal 1987 la sua famiglia si è trasferita in campagna, dove coltiva olivi, frutteto e orto e dove lei è convinta di trovarsi in un ambiente favorevole allo studio e alla riflessione.

Suoi libri pubblicati: Campovento (Santi Quaranta); Alla città nemica (Edizioni per la decrescita felice); Slow life (Malatempora); Il gallo di misme, Brumba sull’albero, Il possente coro (Era nuova).


ISBN: 88-8351-138-7
Formato: 21x16 cm
Pagine: 336
Prezzo: 16.00 €
Data pubblicazione: settembre 2010




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